Dalla redazione

Saper Fare e Lavoro

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Tratto da “Far da sé n.489 – Novembre 2018″

Autore: Nicla de Carolis

La “quarta rivoluzione industriale”, che comprende le innovazioni crescenti nei campi della digitalizzazione, della robotica, della stampa 3D, della AI (l’intelligenza artificiale), dell’automazione industriale, porterà in quasi tutti i settori produttivi una trasformazione del modo di lavorare. Dire quanti posti di lavoro queste innovazioni abbiano già cancellato in Italia e quanti ne abbiano creato è difficile, cosa che induce parecchie incertezze nel presente e per il futuro. Alcune occupazioni spariranno, altre cambieranno, altre se ne aggiungeranno. Lo studio commissionato dal World Economic Forum (la fondazione senza fini di lucro che ha l’obiettivo di discutere e analizzare le questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare) all’inizio del 2017 concludeva che l’insieme di queste innovazioni avrebbe portato, entro il 2020, a una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro, compensata da un guadagno di 2 milioni, con un negativo, quindi, di 5 milioni di posti. Al contrario, l’ultimo rapporto sempre del WEF, “The future of job 2018”, fornisce dati completamente diversi: entro il 2030 l’innovazione tecnologica produrà 133 milioni di posti di lavoro, a fronte dei 75 milioni eliminati. Se così fosse sarebbe magnifico; finalmente una prospettiva a lungo termine piena di speranza. Ovviamente, i risultati così contrastanti delle due analisi, fatte a un anno di distanza, risultano difficili da comprendere per i profani come noi. Da non esperti, appunto, possiamo solo constatare dati evidenti come i tanti negozi che chiudono, spazzati via dalla concorrenza delle vendite su internet, oltre che dalla diffusione dei grandi centri commerciali, o come i servizi offerti su internet abbiano eliminato impiegati delle compagnie assicurative, delle agenzie di viaggio, delle banche che vengono anche rimpiazzati dalle casse automatiche come nei supermercati; per non parlare dei lavori più ripetitivi degli operai destinati man mano a essere sostituiti con l’introduzione di macchinari più performanti. E ci fermiamo qui perché secondo le previsioni anche il contadino, il postino, l’autista, il contabile, … saranno lavori non più da umani. Le nuove tecnologie richiederanno l’inserimento di figure professionali più qualificate, cosa assolutamente positiva, ma non si sa se ci sarà più o meno occupazione. Questo panorama globale di futuro che riguarda il lavoro, ovviamente, include l’Italia; la considerazione è che il nostro Paese, poiché unico per tantissime caratteristiche, avrà ancora per lungo tempo molti settori che continueranno a richiedere capacità non sostituibili con quelle delle nuove tecnologie. Prendiamo ad esempio la riqualificazione di uno dei tanti nostri palazzi d’epoca: per realizzarla saranno sempre indispensabili doti tecniche, decisionali e creative proprie degli artigiani specializzati; come sarebbe possibile rifare un impianto elettrico e idraulico, posare un parquet, ripristinare stucchi e decori affrontando e risolvendo gli imprevisti insiti in questo tipo di lavoro, senza la manualità unita all’elasticità dell’intelligenza umana? Nello stesso modo tutto quanto viene realizzato e spiegato sulle pagine di questa rivista, progetti unici cuciti su misura per una particolare esigenza pratica o estetica, riparazioni e manutenzioni, non potranno essere demandati a robot o macchine intelligenti, così riteniamo… Ma non siamo i soli a credere nel “saper fare” per contrastare lo spauracchio di rimanere senza lavoro. Scrive il professor Stefano Micelli, sostenendo il nostro prezioso Made in Italy: «…tante imprese hanno puntato sul “saper fare” italiano… Mentre il World Economic Forum ci parla di fine del lavoro e di robot, che a breve prenderanno il sopravvento in gran parte delle attività manifatturiere tradizionali, le imprese italiane sembrano determinate ad aprire le porte per spiegare ai loro concittadini che il lavoro c’è, che la qualità la fanno gli uomini con il loro impegno e la loro passione…».

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